A, B o… C?

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Il dibattito sulla scuola pubblica si è recentemente ravvivato a seguito della proposta formulata dai Verdi volta ad abolire, nella scuola media,  i livelli A e B in tedesco e matematica. Come giovane il tema della formazione è senza dubbio molto sentito, per questo mi sono prefissato di analizzare da vicino la tematica.

La riforma del settore medio in Ticino è una conseguenza dell’idea in auge negli anni ’70 del secolo scorso  che mirava ad una maggiore democratizzazione degli studi e della formazione individuale. Questa democratizzazione dovrebbe essere  intesa come possibilità offerta ad ognuno di accedere ad una formazione adeguata e proporzionata alle proprie capacità  e attitudini, indipendentemente dalla condizione sociale e non certo come abbassamento del livello degli studi come purtroppo, almeno in parte,  è avvenuto anche se non solo per demeriti della scuola.

Appare comunque utopico immaginare di poter istruire nella stessa misura allievi che si pongono in modo molto diverso di fronte all’apprendimento, e ciò sull’arco dell’intero ciclo di scuola media. Presto o tardi arriva il momento in cui bisogna differenziare il percorso d’apprendimento, sia nell’interesse dell’allievo più debole al quale si deve prestare maggiore attenzione e magari sollevarlo di parte di un fardello (il programma scolastico) per lui troppo oneroso, sia dell’allievo maggiormente dotato che deve trovare sempre nuove motivazioni per spingersi oltre nel percorso formativo e quindi mantenere un ritmo di lavoro che gli permetterà di seguire senza difficoltà gli studi superiori.

Una variante, per altro già proposta, sarebbe quella di abolire sì i livelli, ma di introdurre una differenzazione quasi personale all’interno della classe grazie ad una diminuzione del numero di allievi per classe. Anche questa proposta, comunque, riconosce la necessità di proporre un percorso scolastico almeno in parte differenziato. Resta tuttavia l’incognita rappresentata dal fatto che una migliore conoscenza dell’allievo da parte del docente porta i suoi frutti quando quest’ultimo insegna molte ore in una classe, fatto che non si verifica per tutte le materie.

Una riflessione andrebbe fatta anche a riguardo dell’orientamento scolastico e professionale: forse in questo ambito ci vorrebbe un ripensamento che potrebbe portare ad una rivalutazione delle professioni manuali onde evitare che molti allievi scelgano degli studi superiori, liceali o commerciali, che spesso si rivelano inadatti o privi di sbocchi concreti.

Allo stato attuale delle cose, quindi, l’idea di abolire tout court i livelli non è condivisibile, fermo restando la possibilità di studiare e approfondire alternative che tengano conto, però, delle esigenze di ogni tipologia di allievo.

 

Cosimo Lupi, vicepresidente GLRT

 

Pubblicato in Opinione Liberale, 08.06.2012

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